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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


CATECHESI AI GIOVANI: EGLI E’ RISORTO
28 settembre 1996

 Cominciamo il nostro cammino che avrà solo un’unica direzione: Gesù Cristo, la sua persona, la sua opera. L’anno scorso siamo partiti da un incontro, quello di un giovane con Gesù e dalla domanda di quello, perché gli fosse svelata la via che porta alla pienezza della felicità. Quest’anno è Gesù stesso che ci rivolge una domanda: “voi chi dite che io sia?” Cercherò di aiutarvi a rispondere a questa domanda.

1. Vi chiedo di cominciare, facendo uno sforzo di immaginazione. Ecco: proviamo a portarci, colla nostra immaginazione, alla sera di quel venerdì in cui Cristo morì crocifisso. Fate veramente uno sforzo per trovarvi in quel luogo, in quel momento. Che cosa veniva da pensare? Quali pensieri sarebbero saliti nel nostro cuore?
- Primo pensiero: Gesù è stato sconfitto, ha perduto la sua causa e la sua proposta è risultata fallimentare. Egli ha fatto del bene ed è stato ricambiato col male. Ma non è tanto questo che ci sconvolge di fronte a quella morte: in fondo altri avevano avuto la stessa sorte. C’è qualcosa di molto tragico: Egli, mentre viveva, aveva detto una cosa straordinaria che nessuno aveva detto prima di Lui. Egli aveva detto che avrebbe preso su di sé tutto il peccato del mondo. E quale fu il risultato di questa “presa su di sé”? la morte. E quindi il peccato fu più forte di Lui. E’ stato il peccato a vincere; è stata la potenza del peccato a dominare nella morte. Appunto, questo rende quella morte una immane tragedia: il peccato, la ingiustizia, la vigliaccheria, l’ansia del potere è più forte di tutti. E la parola finale è la morte.
- Secondo pensiero: ma Gesù non è il solo sconfitto. Quella morte è la sconfitta di ciascuno di noi, poiché mise in crisi, anzi spense il principio stesso della vita umana: il desiderio, la speranza. Perché? Perché era stata la sconfitta di un giusto. Egli non cade vittima, in fondo, perché un amico lo tradì, vendendolo per trenta denari; non muore perché chi forse poteva salvarlo, i suoi amici e tutta quella gente che aveva beneficato al momento opportuno, lo aveva abbandonato. Egli è ucciso in forza di una decisione emersa dalle due colonne portanti dell’ordine umano: l’autorità religiosa e l’autorità dello Stato. Ecco perché si tratta di una tragedia senza limite. La società più religiosa del tempo “non aveva potuto sopportare il principio nudo e semplice della giustizia; .... si era spalancato l’abisso del male puro ed assoluto e aveva inghiottito il giusto ... la morte era risultata essere l’unico destino possibile per la giustizia e che la vita e la realtà erano ormai cadute in preda del male e della menzogna” (V. Solov’ev, il significato dell’amore e altri scritti, Milano 1983, pag. 289). Fu uno scontro profondo fra lo scetticismo (Pilato) e l’opportunismo (Caifa) da una parte ed il Testimone di una Verità e di un Amore divini: e soccombe il Testimone.
- Terzo pensiero: non solo Gesù è sconfitto, non solo è sconfitto ciascuno di noi, ma in quella morte è sconfitto Dio stesso. Non si era Gesù affidato a Dio? non aveva detto sempre che le sue opere e le sue parole non erano sue, ma del Padre? “non bisogna concludere forse che la volontà di Dio ha avuto come risultato la morte? Non è stata forse svergognata la fedeltà di Dio? e la verità di Dio non s’è forse trasformata in menzogna? ... non è stata la morte a cantare vittoria su Dio? (H. Schlier, Linee fondamentali di una teologia paolina, Brescia 1985, pag. 120). In una parola: il “fondo” dell’essere è l’assurdo.
Sentite la poesia di Leopardi, A se stesso:
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta ormai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

2. Eppure, è successo un fatto che, a prima vista, ha dell’incredibile. Proprio le persone che più di tutte avevano sentito la morte in Croce di Gesù, come la sconfitta di Gesù medesimo, la sconfitta di ogni loro speranza e la sconfitta di Dio  medesimo, cioè gli uomini che avevano vissuto con Gesù, cominciarono a parlare di quella morte in un modo inaudito. Essi dissero che proprio in essa Cristo aveva vinto; che proprio in essa era tutta la ragione della loro speranza; che proprio in essa Dio aveva svelato in modo pieno la forza del suo amore.
Come si può dire sul serio, e non con parole vuote, che “Cristo crocifisso .... (è) potenza di Dio e sapienza di Dio” (cfr. 1Cor 1,23-24)? Come si può dire che proprio nel fatto che “Cristo è morto per noi, mentre noi eravamo ancora peccatori” si dimostra precisamente che Dio ci ama (cfr. Rom.5,8)? In sintesi: come è possibile dire che proprio quell’avvenimento, la morte in croce di Gesù, ha definitivamente svelato il “volto” della realtà, cioè la sua intima bontà e preziosità, custodita come è dalla Sapienza e Potenza di Dio?
La risposta a queste domande ci è data da quelle stesse persone. E’ possibile parlare in quel modo, quelle parole non sono parole vuote ma sono assolutamente vere, perché Gesù crocifisso si è mostrato loro vivo, in carne ed ossa. Nello splendore di una vita nuova.
Aprite bene le orecchie! Qualcuno potrebbe dire: “allora non era morto!” Ma questa eventualità non ha nessun fondamento, per due ragioni. In primo luogo, perché tutti avevano ben visto come era stato martoriato quel corpo. Al punto tale che l’ufficiale romano che doveva, secondo le leggi, costatare la morte del condannato, si astenne dal compiere il gesto di spaccagli le gambe, tanto era evidente che era morto. Inoltre, e soprattutto, la vita di cui viveva era completamente diversa (entrava in un locale a porte chiuse e nello stesso mangiava e beveva) da quella che viveva prima della crocifissione, quindi non poteva essere una semplice continuazione della stessa.
“Bene” - potrebbe continuare a dire qualcuno - “era proprio morto! Però quella persona che dicono di aver visto non era la stessa che era morta sulla croce”. Questa eventualità è ancora più improbabile: Egli si presenta con i segni della crocifissione. Non solo, ma di fronte allo sconcerto di quelle persone, Egli insiste, dicendo: “guardate le mie meni e i miei piedi”, sono proprio io” (Lc 24,39).
Non restano allora che tre possibilità: o quegli uomini ci hanno ingannato; o si sono ingannati; o è vero ciò che dicono. Non possono essere stati dei bugiardi: può un uomo, come Paolo, vivere quella vita che ha vissuto per difendere, testimoniare una cosa che egli sa che è falsa? Non si muore per una bugia! Non possono essere stati degli allucinati: erano uomini tutt’altro che disposti psicologicamente ad allucinazioni di questo genere. Dunque: questi uomini hanno veramente visto, non si sono ingannati né ci hanno ingannati, Gesù crocifisso vivo, in carne ed ossa, nello splendore di una vita nuova. E quindi: Gesù crocefisso è veramente risorto! Cioè: abbiamo la “testimonianza” degli apostoli; sulla base di essa noi siamo certi che Gesù crocefisso è veramente  risorto.

3. La nostra riflessione deve ora affrontare questi due fatti. Il primo: di che natura è la “testimonianza” degli apostoli (cioè: che cosa è successo in loro per poterci dire in tutta verità che Gesù crocefisso...)? Il secondo: che cosa hanno visto, cioè che cosa è successo in Gesù crocefisso?
3.1. Gli apostoli ci raccontano la loro esperienza con una semplicità sconcertante (anche questo dimostra che non erano degli allucinati) e disarmante. Essi dicono semplicemente che hanno visto, oppure che Egli apparve, che Egli si fece vedere o si diede a vedere. E che cosa volevano dire con queste parole? Prestatemi molta attenzione, perché si tratta di un punto di decisiva importanza.
Uno potrebbe pensare: “ebbero una «visione», come, che so io, i bambini di Fatima ebbero la visione di Maria”. No, non è questo il significato delle parole usate dagli apostoli. Vedere significa proprio immediata esperienza di Gesù crocefisso e risorto; è una percezione immediata della sua Persona in carne ed ossa. Voi in questo momento vedete me ed io vedo voi; non si tratta di una «visione» nel senso che viene usato nel vocabolario religioso. Voi vedete me ed io vedo voi, così semplicemente: così gli apostoli videro Gesù crocefisso risorto.
Dunque, essi non ebbero una certa esperienza spirituale di Gesù, che poi interpretarono ricorrendo all’idea della risurrezione. Gli apostoli non ci trasmettono l’interpretazione di un fatto, ma ci trasmettono semplicemente un fatto, Gesù crocefisso è risorto: un fatto che cambia ovviamente tutto. Insomma: non sono dei “visionari”; sono dei “testimoni”. Essi non ci trasmettono una visione interpretata; ci testimoniano un fatto accaduto.
Questo “vedere il Risorto” è anche “incontro fra persone”: il Risorto coi suoi amici. E’ un incontro di cui ha l’iniziativa il Risorto stesso e che per i suoi amici è accoglienza piena di meraviglia e di stupore. E l’incontro è saluto, benedizione, dialogo, insegnamento, missione, banchetto: si costituisce come una vera e propria comunità. Ed ormai Egli si affida alla parola dei suoi amici: perché lo annuncino a tutti gli uomini.

3.2. Che cosa hanno visto, allora? che cosa è successo veramente nel crocefisso perché risorgesse? Che cosa è questo “risorgesse”? Sentite prima di tutto come viene descritto sempre dai testimoni: “risalire dai morti” (cfr. Rom 10,7 e Eb 13,20); “liberazione dalle angosce della morte” (cfr. At 2,24): “non vedere la corruzione” (At 2,27).
E’ stato investito dalla vita stessa di Dio. La potenza e lo splendore della vita di Dio, la Sua Gloria, penetrano in quel corpo martoriato e sepolto e gli ridanno vita. Ma non è il ritorno alla vita di prima: è una vita nuova. Tanto è vero che non può più morire: è la vita stessa di Dio che vivifica quel corpo: Dio rende vivo quel corpo “per la potenza di una vita indefettibile” (Eb 7,16), vivo a tal punto che “la morte non ha più potere su di Lui” (Rom 6,9). E’ un corpo umano che vive della vita stessa di Dio. Per questo che molto spesso, i testimoni invece di usare la parola “risurrezione” usano la parola “innalzamento-esaltazione”, poiché questo corpo sepolto è stato afferrato dalla potenza di Dio e lo ha fatto entrare nella sua luce e nella sua vita.
E’ accaduto qualcosa di “unico”: un corpo sepolto passa a vivere della vita stessa di Dio e così Gesù il crocifisso è risorto-innalzato.

Concludiamo

L’esperienza che hanno vissuto gli apostoli, vedere Gesù crocefisso risorto, fu qualcosa che cambiò tutta la loro vita. S. Paolo ci descrive questo cambiamento in un modo stupendo: è stato “afferrato da Cristo” ed è diventato suo possesso (cfr. Fil 3,12). Anzi, addirittura, paragona quell’evento, alla creazione primordiale della luce (2Cor 4,6).
Non solo, ma essi non hanno più potuto tacere. Hanno dovuto dire a tutto il mondo che il crocefisso è risorto (pensate a S. Paolo!). Perché non si sono tenuti per sé questo fatto? perché hanno capito che in questo fatto ed a causa di questo fatto era cambiato tutto, che tutto ormai doveva essere ri-compreso in modo nuovo: avevano scoperto la soluzione dell’enigma dell’esistenza. Non era stata la sconfitta di Gesù, quella crocifissione; non era stata la distruzione della speranza dell’uomo; non era stata la sconfitta di Dio. Ma che cosa era in realtà  successo? Nella prossima catechesi (TITOLO: NOI ABBIAMO MANGIATO E BEVUTO CON LUI - LC 24,36-43), cercheremo di rispondere a questa domanda.