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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Incontro dell'Arcivescovo di Bologna con il Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Bologna, che leggono insieme i salmi 1 "Beato l’uomo" e 150 "Date lode al Signore"
Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio, 4 maggio 2010


Sono lieto di condividere con voi, che per la misericordia divina mi è stato dato di chiamarvi fratelli, questo momento di meditazione e di lode. Mi è stato chiesto di offrirvi qualche riflessione sul Salmo 1: il Salmo che costituisce come il pronao di tutto il Salterio.

1. Come sempre, la Parola di Dio dettaci in questo salmo ci colpisce a morte quanto al nostro comune modo di pensare. Abituati come siamo a vivere in una cultura che aborre le separazioni di fondo fra vero e falso, bene e male, giusto ed ingiusto; abituati come siamo a vedere la realtà colorata tutta di grigio anziché di bianco e nero, il Salmo ci disturba profondamente perché contrappone senza nessuna "via di mezzo" due modi di camminare, di esistere. È la via del giusto e la via dell’empio. La prima conduce alla salvezza, la seconda alla rovina totale.

Due potrebbero essere le chiavi di lettura di questo salmo: quella soggettiva, e quella oggettiva. La dimensione soggettiva del testo biblico mette in luce che la contrapposizione fra le due vie, fra i due modi di esistere, e dunque di esercitare la propria libertà accade nel cuore di ogni persona. La dimensione oggettiva mette in luce che i due modi di essere prendono corpo anche come contenuto della cultura e della civiltà, come sistema filosofico, come ideologia. Preferisco usare la prima chiave di lettura: ciascuno ha in sé e l’uomo giusto e l’uomo empio di cui parla il Salmo.

2. Cominciamo dalla descrizione dell’uomo giusto. Che cosa lo definisce, quale è il "cuore" di tutta la sua esperienza umana? "si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte" La legge del Signore è la Parola detta da JHWH ad Israele, e condensata nelle Scritture; è la divina istruzione con cui il Signore guida ed educa il suo popolo.

È nei confronti di questa realtà che il modo di vivere che è proprio del giusto viene definito. Come si pone il giusto? È detto con due verbi stupendi: "si compiace"; "medita". Il primo denota "la preferenza del cuore, il diletto delle relazioni interpersonali affettive; così si parla del "compiacersi" dello sposo per la sposa" [F. Rossi de Gasperis]. Il secondo denota una attività che nasce dal desiderio di comprendere, assimilare, fare propria. La via del giusto è la via di colui che esercita la sua libertà lasciandosi ispirare, governare, condurre dalla divina Torah.

Questo rapporto scende ad una tale profondità che il giusto non solo "non siede in compagnia degli stolti", cioè non dimora e non sta abitualmente nella loro mentalità; non solo "non indugia nella via dei peccatori", non si sofferma neanche per un attimo, ma "non cammina con gli empi", cioè non fa neppure un passo con loro.

3. Quando nel nostro cuore prevale l’uomo empio, lo stolto? Le Sante Scritture danno una risposta inequivocabile: quando riteniamo che Dio è un’ipotesi inutile. Lo stolto è colui che dice: "Dio non esiste o se esiste, ne posso fare a meno".

La via dell’empio è la via di chi esclude radicalmente la presenza e l’azione di Dio nel mondo e nella sua vita. Da ciò deriva che la logica di questa vita è quella di cercare una consistenza nel possesso, nel dominio. Mera apparenza! "come pula che il vento disperde".

4. "Non reggeranno gli empi nel giudizio". È la risposta alla domanda più drammatica che sorge in chi ha meditato e pregato questo Salmo.

Esso ci ha messo di fronte due modi di vivere opposti. Le Sacre Scritture non fanno mistero sul fatto che nella storia l’empietà risulta vincente: dunque "invano ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell’innocenza le mie mani" [Sal 73(72),13].

"Non reggeranno gli empi nel giudizio ": la risposta è il giudizio di Dio, che ristabilisce definitivamente il diritto, che impedisce all’ingiustizia di dire l’ultima parola.

L’evento che stiamo vivendo ci rende, alla fine, consapevoli che la grande responsabilità che sia la comunità cristiana sia la comunità ebraica hanno in comune verso l’uomo di oggi è prima di tutto la seguente: liberarlo da quella "menzogna ontologica" da cui è quotidianamente insidiato, secondo la quale l’uomo è principio di se stesso e vive per se stesso. È testimoniare la presenza di Dio nella vita dell’uomo.